28 aprile 2011 - Il Federalismo, per il Molise una grande occasione.
In un Paese come il nostro il Federalismo Fiscale non può essere fondato su alcuna spinta disgregatrice. Non è un caso se l'espressione ricorrente nei nostri discorsi, lavori, documenti di partito e di coalizione, fatti salvi gli eccessi di una Lega che naturalmente tende sempre a "squilibrare l'equilibrio”, è "federalismo fiscale".
Amministrativo e gestionale aggiungerei. Dimensioni, conformazione, tradizioni e peculiarità dell'Italia non possono che concretarsi in un Federalismo equilibrato già a monte per mezzo del rafforzamento degli elementi unitari del Paese. Un federalismo , in sintesi, che deve più autonomia ai territori e imporre loro standard di spesa, ma per concretizzare questi concetti sul piano della realtà è necessario fornire condizioni di base più omogenee. Nei vari decreti che stanno man mano “popolando” l'impianto federalista c'è anche uno sforzo dello Stato a promuovere sviluppo economico, coesione, solidarietà sociale. Il tutto, assieme al Piano per il Sud, disegna un quadro che certamente alimenta ottimismo e fiducia. A patto di conoscerlo. Certo è che i meccanismi di perequazione per welfare, sanità, istruzione non devono nel modo più assoluto costituire spunti o tentazioni per proseguire come nel passato. Un meccanismo di perequazione non è un meccanismo di compensazione totale "a prescindere", sicché va regolamentato ed interpretato nel modo giusto e cioé come un fattore di riequilibrio rispetto a situazioni che, oggettivamente, mettono determinate regioni in condizioni e rapporti di forza diversi da altre. Per il Molise la riforma è, contrariamente a quanto tanti stanno pessimisticamente lamentando, una grande occasione di riorganizzazione, ottimizzazione, riduzione degli sprechi. La responsabilizzazione della classe dirigente è elemento dal quale è impossibile prescindere, da rinnovare progressivamente con l'introduzione di individualità capaci, preparate, da affiancare man mano agli esponenti "anziani" che hanno dimostrato affidabilità e volontà di lavorare realmente per la collettività. E' chiaro che la responsabilità non si acquista al supermarcato né si impone per legge ma per il tramite di un progressivo ricambio generazionale basato su una selezione seria, attenta e consapevole delle “nuove forze”. Come ho detto in un precedente intervento, l'applicazione della meritocrazia deve iniziare fin dalle candidature. Entrare nella riforma federale vuol dire, magari estremizzando un po' ma senza esser lontani dalla realtà ideale, che le Pubbliche Amministrazioni dovranno essere in grado di funzionare anche come imprese, con un problema in meno rispetto a queste ultime: non dover conseguire utili da distribuire ma soltanto risorse da reinvestire in opere, servizi, interventi, infrastrutture, previdenza, istruzione. Tutto questo dev'essere fatto senza avere in testa i meccanismi di perequazione che, in una gestione assennata, dovrebbero essere l'ultimo dei pensieri, poiché la spinta suprema dev'essere quella di reperire le risorse finanziarie autonomamente e gestirle al meglio. In questo comparto va inserito il discorso dei fondi comunitari, tragicamente non sfruttati o meglio impiegati in minima parte, vale a dire uno dei guasti più gravi del SUD Italia. Lo stesso ministro Fitto ricorda a più riprese come stia lavorando per non perdere ben OTTO MILIARDI di Euro non utilizzati.
La nostra Regione dovrà calarsi nel federalismo fiscale e gestionale con la capacità di riorganizzare, gestire e sfruttare al meglio i settori strategici, le ricchezze naturali: le propensioni e le doti del tessuto imprenditoriale, l'agricoltura, la pesca, il turismo, i servizi. Una politica di sviluppo capace di portare il Molise lì dove può tranquillamente arrivare per competitività, produttività, redditività nei comparti citati permetterebbe di compensare, e finanziare, le aree più sofferenti, come previdenza, sanità, istruzione, tre ambiti nei quali davvero tantissimo va fatto per evitare il tracollo. Perché in Molise (e non solo in verità...) il Federalismo è percepito da non pochi cittadini come una disgrazia incombente? Psicologia, timore della novità, comunicazione drogata e distorta, modifiche allo status quo: c'è un po' di tutto. Non si deve temere un cambiamento che comporterà, alla fine, l'applicazione di criteri di responsabilità, certezza delle stesse, di competitività, di valutazione meritocratica, di riequilibrio delle "dotazioni umane" dei pubblici uffici, di riorganizzazione del personale ed ottimizzazione dello stesso in relazione alle reali esigenze delle varie "imprese pubbliche" (credo sia bello abituarsi a chiamarle così). Oltre ciò, è necessario il rafforzamento dell'istruzione pubblica, con l'incentivazione di percorsi formativi concreti, l'avvicinamento dei giovani diplomandi e laureandi al mondo delle imprese in misura molto maggiore di quanto non avvenga ora, l'attivazione di un circuito efficace per l'inserimento nel mondo del lavoro. I docenti devono essere riportati ad una dimensione di maggiore dignità e gratificazione ma, nel contempo, essere selezionati adeguatamente e poi monitorati in base ai risultati conseguiti e alla qualità del lavoro svolto. In una parola, ancora una volta: meritocrazia. Per previdenza e sanità è necessario discutere e scrivere a parte, ma è possibile sottolineare subito come in questi due comparti l'esigenza più stringente sia quella di eliminare gli sprechi e il l'utilizzo appropriato di uomini, donne e fondi. Per il tessuto economico, le imprese, il mondo dei professionisti, il federalismo dovrà significare competitività, capacità di esportare beni e servizi tanto in altre regioni italiane quanto all'estero, in una crescita non necessariamente di dimensioni colossali ma almeno sensibile e sufficiente a determinare la capacità di fronteggiare e sfidare i concorrenti agguerriti delle regioni limitrofe, il che non esclude ad esempio la creazione di scambi, collaborazioni, accordi di programma e di mercato, gruppi di acquisto, concertazione per categorie e oltre.
In definitiva, è "complessiva" l'esigenza di smettere di piangersi addosso, di attendere sempre un aiuto dal politico di turno, da un circuito di "soccorso a prescindere" che peraltro non esiste già più, una manna dal cielo o peggio un aiuto divino e di procedere a grandi passi verso una sana capacità di autofinanziamento, con un rapporto tra patrimonio, mezzi propri e di terzi finalmente non più "deficitario a regime", con indebitamenti più umani e meno letali. Per quest'ultimo aspetto, naturalmente, attendiamo una presa di coscienza del circuito bancario, che si spera possa mettere i piedi per terra ed essere capace di sostenere l'economia reale e le imprese che si dimostrano meritevoli di affidamento e affiancamento nella crescita. E' chiaro che in tutto questo la Pubblica Amministrazione, federata, rifondata, riorganizzata e responsabilizzata avrà un ruolo fondamentale e vale la pena di mettere qui a fuoco un ulteriore (ed ultimo per ora) aspetto. I giovani. L'istruzione, ma anche le politiche per lo sport, per la cultura e per la famiglia. Sarebbe stata, questa, la prima cosa da dire ma la ho tenuta per buona ultima. Perché? Perché senza avviare un circuito virtuoso in queste aree potremo sognarci la "chiusura del cerchio" per responsabilizzazione e crescita di qualità della classe dirigente, che non può non passare per una maturazione più nobile, consapevole e rapida delle nuove generazioni.
A presto.











